Ipocrisie da Pulitzer
Le rivelazioni di Edward Snowden sulle operazioni di sorveglianza della Nsa hanno messo il mondo a parte di un sacco di faccende la cui natura oscilla fra l’ovvio e il pruriginoso. Che i governi raccolgono e si scambiano informazioni su avversari e alleati, ad esempio. Oppure che le agenzie di sicurezza americane dispongono di mezzi particolarmente sofisticati e rigorosamente segreti per raccogliere dati ai fini della sicurezza nazionale. Quando i segreti finiscono sui giornali è inevitabile che generino il rumore indignato dei puristi della trasparenza e sgraditi attriti diplomatici fra osservatori e osservati.
19 AGO 20

Le rivelazioni di Edward Snowden sulle operazioni di sorveglianza della Nsa hanno messo il mondo a parte di un sacco di faccende la cui natura oscilla fra l’ovvio e il pruriginoso. Che i governi raccolgono e si scambiano informazioni su avversari e alleati, ad esempio. Oppure che le agenzie di sicurezza americane dispongono di mezzi particolarmente sofisticati e rigorosamente segreti per raccogliere dati ai fini della sicurezza nazionale. Quando i segreti finiscono sui giornali è inevitabile che generino il rumore indignato dei puristi della trasparenza e sgraditi attriti diplomatici fra osservatori e osservati. Questo per dire che i file sottratti e passati da Snowden a Glenn Greenwald e altri giornalisti del Guardian e del Washington Post contengono un innegabile valore informativo. Sappiamo più cose su un certo ambito della realtà grazie al lavoro oscuro dell’ex contractor idealista che voleva fare uno sgambetto al suo governo marcio, e sarebbe curioso se i giornali mainstream non si gettassero su tanta abbondanza di dati.
Il premio Pulitzer assegnato al Guardian e al Washington Post per il caso in questione, con conseguente sdilinquimento della pattuglia della libera informazione in solido, porta però la questione a un altro livello, quello del valore giornalistico dei documenti sottratti da Snowden. E qui i conti non tornano. Innanzitutto perché ai giornali che hanno dato spazio e rilievo al caso non è riuscito di trovare violazioni della legge da parte dell’agenzia sotto accusa. A parte il report di una battagliera agenzia del governo americano e un panel politico che ha suggerito ampie – e disattese – riforme della Nsa, la pistola fumante non si trova. Più controverso ancora è il fatto che i leak di Snowden a blasonati giornali non sono politicamente neutri, ma sono l’espressione di un’agenda politica. Snowden, Greenwald e pure Julian Assange condividono una visione che il professore di Princeton Sean Wilentz chiama “paranoia libertaria”, riprendendo la famosa definizione di Richard Hofstadter: “Mentre i liberal hanno dipinto i leaker come compagni che dicono la verità con l’intenzione di proteggere lo stato e la Costituzione dai malfattori autoritari, questo non è il loro scopo. Infatti, i leaker disprezzano lo stato moderno liberale e vogliono colpirlo”, ha scritto Wilentz. Ora, fare da acritica cassa di risonanza delle idiosincrasie di attivisti organizzati è un’attività che difficilmente s’accorda con gli standard del giornalismo anglosassone, conditi da dosi massicce di retorica pelosa sulla schiena dritta e i fatti separati dalle opinioni. Quelli che sbattono in pagina con il pilota automatico informazioni passate da fonti interessate e maliziose – che poi magari trovano oasi di libertà presso Putin, ma questo è un dettaglio – di solito vengono malamente liquidati come servi, camerieri o lacchè del potere forte di turno. Altri vincono il Pulitzer.